POESIE D'AUTORE

Se riesci a mantenere la calma

quando tutti intorno a te la stanno perdendo;

Se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te

tenendo però in giusto conto i loro dubbi;

Se sai aspettare senza stancarti di aspettare

o se calunniato non rispondi con calunnie

o se odiato non dai sfogo all’odio, senza tuttavia sembrare troppo buono

né parlare troppo da saggio;

Se sai sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;

Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;

Se sai incontrarti con il successo e la sconfitta

e trattare questi due impostori allo stesso modo;

Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto

distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per ingenui;

Se sai guardare con serenità alle cose e agli affetti distrutti

e ricostruirli con i tuoi strumenti ormai logori;

Se sai mettere insieme tutte le tue vittorie

e rischiarle in un solo colpo a testa e croce e perdere, e ricominciare da capo

senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;

Se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi

a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più

e così resistere quando in te non c’è più nulla

tranne la volontà che dice loro “resistete”;

Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà

o passeggiare con i re senza perdere il comportamento normale;

Se non possono ferirti né i nemici né gli amici troppo premurosi;

Se per te contano tutti gli uomini, ma nessuno troppo;

Se riesci a riempire l’inesorabile minuto dando valore ad ogni istante che passa

tua è la Terra e tutto ciò che vi è in essa

e – quel che più conta – tu sarai un uomo, figlio mio!

 

Rudyard Kipling

LA MIA SERA

 
 
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.
E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io… che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don… Don… E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra…
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era…
sentivo mia madre… poi nulla…
sul far della sera.
 
[tratta dai Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli]
A Silvia  DI GIACOMO LEOPARDI
Silvia, rimembri ancor

quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? Perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche peria tra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovanezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? Questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

 

« il: 13 Novembre 2008, 12:04:38 »
 


I tuoi figli non sono figli tuoi. 
Sono i figli e le figlie della vita stessa. 
Tu li metti al mondo ma non li crei. 
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua. 
Puoi dar loro tutto il tuo amore, 
ma non le tue idee. 
Perche’ loro hanno le proprie idee. 
Tu puoi dare dimora al loro corpo, 
non alla loro anima. 
Perche’ la loro anima abita nella casa dell’avvenire, 
dove a te non e’ dato di entrare, 
neppure col sogno. 
Puoi cercare di somigliare a loro 
ma non volere che essi somiglino a te. 
Perche’ la vita non ritorna indietro, 
e non si ferma a ieri. 
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani. 
(Khalil Gibran) 

 

 

LETTERA DI ABRAHAM LINCOLN ALL’INSEGNANTE DI SUO FIGLIO. "Caro professore, lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c'è un eroe, per ogni egoista c'è un leader generoso. Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico e che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata. Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall'invidia e gli faccia riconoscere l'allegria profonda di un sorriso silenzioso. Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli. Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria, gli insegni a credere in se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti. Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri. Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo. Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono. Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione. Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempera l'acciaio. Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso. Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore ed anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini. So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro". ABRAHAM LINCOLN


l attimo fuggente
FRASI FILM

L'ATTIMO FUGGENTE
Frasi e citazioni del Film L'attimo fuggente
Le più belle frasi del Film L'attimo fuggente

prof Keating

L'11 agosto 2014 moriva il grande Robin Williams. 

Professor Keating - Robin Williams
"E' proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva".

Professor Keating - Robin Williams
"Mi piace insegnare, non voglio vivere in altri posti".

Professor Keating - Robin Williams
"O Capitano, mio Capitano!" Chi conosce questo verso? [...] Nessuno. Non lo sapete? È una poesia di Walt Whitman, che parla di Abramo Lincoln. Ecco, in questa classe potete chiamarmi professor Keating o se siete un pò più audaci, "O Capitano, mio Capitano". Ora dissiperò alcune voci, cosicchè non inquinino i fatti: certo, anch'io ho frequentato Welton, e sopravvivo. Comunque, a quel tempo non ero la mente eletta che avete di fronte. Ero l'equivalente intellettuale di un gracile corpicino. Andavo sulla spiaggia e tutti mi tiravano i libri di Byron in piena faccia.

Professor Keating - Robin Williams
Continuate a strappare ragazzi. Questa è una battaglia, una guerra e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Grazie mille Dalton. Armate di accademici avanzano misurando la poesia. No! Non lo permetteremo. Basta con i J. Evans Prichard. E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Quello sguardo negli occhi di Pitts dice che la letteratura dell'800 non c'entra con le facoltà di economia e medicina, vero? Può darsi. E lei Hopkins è d'accordo con lui e pensa: "E si, dovremmo semplicemente studiare il professor Prichard, imparare rima e metrica, e occuparci di coltivare altre ambizioni." Ho un segreto da confessarvi, avvicinatevi. Avvicinatevi. Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Citando Walt Whitman, "O me o vita, domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v'è di nuovo in tutto questo, o me o vita." Risposta: "Che tu sei qui, che la vita esiste, e l'identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso." Quale sarà il tuo verso?

Professor Keating - Robin Williams
Danzare, battere le mani, saltare, gridare e poi urlare e fluttuare. (Meeks che legge un foglietto di carta del 
Professor Keating)

Professor Keating - Robin Williams
Fare della propria esistenza un poema di nuove gioie. (Alunno che legge un foglietto di carta del Professor Keating)

 

Walt_Whitman
Poesia 
di Walt Whitman

Foglie d'erba (Leaves of grass)
La bellissima poesia del film "L'attimo fuggente"
O capitano! mio capitano!
1865

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,
La nave ha scapolato ogni tempesta, l'ambito premioche cercavamo,
Il porto è vicino, sento  le campane, la gente esulta,

  mentre gli occhi seguono la solida chiglia, il vascello severo e audace:
ma, o cuore! cuore! cuore!
  gocce rosse di sangue 
dove sul ponte il mio Capitano
giace caduto il mio Capitano
giace caduto freddo morto.
O Capitano! Mio Capitano! alzati a sentire  le campane;
Alzati,  per te la bandiera, è gettata  per te la tromba, suona,
per te i  fiori, i nastri le ghirlande - le rive nere di folla,
  per teurlano, in massa, oscillanti,  i volti accesi verso di te,
  ecco Capitano! padre caro!
Questo mio braccio sotto la nuca!
É un sogno che sulla tolda
  sei caduto freddo, morto..

  Il mio Capitano non risponde,  esangui e immobili le sue labbra,
  non sente il mio braccio, non ha battiti,  volontà
la nave è all'ancora  sana e salva, il viaggio finito,
  dal duro viaggio  la nave vincitrice torna, raggiunta la meta
  esultante rive,  suonate campane!
  Ma io con passo funebre cammino sul ponte 
dove il Capitano 
giace freddo, morto.
 

O captain! my captain!
 of Walt Whitman 
1865
O Captain! my Captain! our fearful trip is done,
The ship has weather'd every rack, the prize we sought is won,
The port is near, the bells I hear, the people all exulting,

While follow eyes the steady keel, the vessel grim and daring;
But O heart! heart! heart!
O the bleeding drops of red,
Where on the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.

O Captain! my Captain! rise up and hear the bells;
Rise up-for you the flag is flung-for you the bugle trills,
For you bouquets and ribbon'd wreaths-for you the shores a-crowding,
For you they call, the swaying mass, their eager faces turning;
Here Captain! dear father!
This arm beneath your head!
It is some dream that on the deck,
You've fallen cold and dead.

My Captain does not answer, his lips are pale and still,
My father does not feel my arm, he has no pulse nor will,
The ship is anchor'd safe and sound, its voyage closed and done,
From fearful trip the victor ship comes in with object won;
Exult O shores, and ring O bells!
But I with mournful tread,
Walk the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.

!